Reggae, radici e identità senza confini.

Con One Blood i Tarantola firmano il loro lavoro più maturo e ambizioso, un album che non si limita a esplorare il linguaggio del reggae, ma lo usa come piattaforma per un dialogo profondo tra culture, storie e geografie. Undici tracce che si muovono tra Sud Italia, Giamaica e Londra, dando forma a un mosaico sonoro coerente e sorprendentemente organico.

Il titolo non è solo simbolico: One Blood è una presa di posizione. L’idea che attraversa l’intero disco è quella di un’umanità condivisa, capace di riconoscersi nelle differenze anziché temerle. Un tema che si traduce in musica attraverso un intreccio di stili – reggae roots, dub, dancehall, modern reggae, soul e suggestioni tarantate – che riflette l’identità meticcia della band.

Il disco si apre con “Original Terron”, manifesto identitario in cui inglese e dialetto salentino convivono senza frizioni. Il featuring con Sabaman rafforza il racconto dell’emigrazione come esperienza comune, fatta di sacrificio ma anche di orgoglio. È una traccia che rivendica le radici senza nostalgia, trasformandole in forza creativa.

La title track, “One Blood”, entra invece in una dimensione più universale: un reggae intenso che affronta razzismo e discriminazione con un messaggio diretto, privo di retorica, sostenuto da un groove solido e consapevole. Qui la musica diventa strumento politico nel senso più nobile del termine: un invito all’ascolto e alla connessione.

Con “Capufriska” l’atmosfera si fa solare e collettiva. Il contributo di Papa Leu e della Brass Brothers porta il brano verso una dimensione street, festosa, profondamente legata alla tradizione reggae salentina. Un episodio che mostra il lato più immediato e popolare del disco.

“Soul Vibration” rappresenta uno dei momenti più raffinati dell’album: reggae e dancehall si fondono con soul e R&B, dando vita a una traccia che mette al centro l’idea di amore come riconoscimento spirituale, oltre l’apparenza e le barriere sociali. Un brano caldo, avvolgente, che amplia lo spettro emotivo del progetto.

In “Reggae Beat”, impreziosita dalla voce magnetica di Awa Fall, il reggae torna alle sue radici più profonde, diventando battito vitale e simbolo di resilienza. Il dialogo tra dub e melodia rafforza il carattere internazionale del disco, mentre il messaggio di unità resta sempre in primo piano.

Il lato più intimo emerge in brani come “Anche io sono migrante” e “Where I Belong”, dove il tema dello sradicamento viene affrontato senza vittimismo, ma con lucidità e consapevolezza. Qui i Tarantola mostrano una scrittura sincera, capace di raccontare solitudine e speranza con equilibrio.

“Fight for a Change”, proposta in versione acustica, abbassa il volume ma aumenta l’impatto emotivo. Il passaggio tra inglese e dialetto salentino rafforza il senso di appartenenza e sottolinea il legame tra lotta sociale e identità culturale.

Il vertice energetico arriva con “Fenomenale”, vero crocevia sonoro del disco. Il brano mette insieme Daddy Freddy, Sabaman e Manlio Calafrocampano in un dialogo serrato tra dancehall londinese e radici militant del Sud Italia. La scelta di una struttura armonica minimale richiama la dimensione rituale della taranta, trasformando il pezzo in un’esperienza quasi trance, potente e fisica.

A chiudere il lavoro è la versione dub di “One Blood”, curata da Manuel “Scara” Scaramuzzino, che firma anche il mastering dell’intero album. Un finale immersivo che esalta la qualità del suono e conferma l’attenzione maniacale ai dettagli produttivi.

One Blood non è un semplice disco reggae: è un progetto che usa la musica come spazio di incontro, memoria e resistenza. I Tarantola riescono nell’impresa di essere profondamente radicati e, allo stesso tempo, radicalmente aperti. Un album che parla al presente e guarda lontano.