Nata nel 1997, era diventata la prima bacchetta afghana sfidando le minacce di morte degli zii

«Ci aspettiamo che i talebani spengano la musica. Non hanno annunciato nulla ufficialmente, ma hanno già cancellato tutti i programmi di intrattenimento dalle tv e dalle radio. L’unica musica rimasta è la sigla dei notiziari». Ahmad Sarmast, il direttore dell’Istituto nazionale di musica dell’Afghanistan, parla al telefono da Melbourne, in Australia, dove si era recato per motivi medici all’inizio dell’estate: spiega che non si aspettava una resa così rapida di Kabul ai talebani. Quando i talebani presero il potere nel 1996 gli strumenti musicali vennero dati alle fiamme. Ma anche dopo la loro cacciata nel 2001 c’era tanta gente che continuava a considerare la musica una cosa immorale.

L’Istituto fondato da Sarmast nel 2010, con i suoi 400 insegnanti, studenti e studentesse, divenne famoso in tutto il mondo grazie all’orchestra femminile Zohra, che suonò anche di fronte a duemila leader mondiali al forum economico di Davos, in Svizzera. Con i loro sitar, rubab, pianoforte, violini, oboe le musiciste alternavano canzoni afghane come Arghavan, che prende il nome dai fiori rosa intenso dell’albero di Giuda, a brani occidentali come la Nona Sinfonia di Beethoven. Con i vestiti dai ricami colorati e i capelli coperti da un velo nero, verde e rosso, i colori della patria, quelle ragazze erano l’esempio di un dialogo possibile tra culture. Tre giorni fa Negin Khpalwak, che grazie a Zohra era diventata la prima direttrice d’orchestra dell’Afghanistan, è stata evacuata da Kabul.

La prima volta che Negin, nata nel 1997, sentì il suono della musica fu a tre anni, nel villaggio di Shinegar, venti case incastonate fra tre montagne nella provincia afghana di Kunar. Non c’era la tv, né la radio. Ma suo padre Ajmal e il cugino possedevano un sitar, e ogni tanto suonavano quello strumento a corda dal lungo collo. Si accompagnavano usando come percussioni delle bottiglie d’acqua, e il suono era così dolce e allegro che la piccola Negin danzava di gioia intorno a loro. Ma il padre di Negin suonava solo con pochi amici, perché la sua famiglia non l’avrebbe accettato; e aveva imparato anche l’inglese ascoltando cassette e cd, il che gli permise di lavorare come interprete per i soldati americani.

Non c’erano scuole a Shinegar, solo una moschea dove si imparava il Corano, e a leggere e scrivere in lingua pashto. Dopo averla frequentata per due anni, le bambine restavano a casa, in attesa di essere date in spose, perché le donne, come si dice da quelle parti, possono lasciare la loro casa solo in un’occasione: quando è tempo di avvolgerle nel telo funerario. Ma il padre portò Negin a Kabul per studiare. Al resto della famiglia, non dispiacque: poteva diventare medico e curare le donne nel villaggio, molte morivano giovani e ce n’era bisogno.

Quando Negin aveva 13 anni, conobbe un’insegnante di pianoforte italiana che lavorava all’Istituto di musica. Per la ragazza fu una folgorazione e l’inizio di una carriera. Ma per la sua famiglia era inaccettabile: gli zii giurarono che l’avrebbero uccisa. Ci vollero sei anni perché, dopo averla vista in tv, capissero che non c’era niente di male e la accettassero. Non è stato facile in questi anni. Nel 2014 Sarmast è sopravvissuto per miracolo ad un attentato: durante un’esibizione dell’orchestra sinfonica al centro culturale francese di Kabul, un diciassettenne si fece esplodere tra il pubblico. Lui, come Negin, aveva creduto nel potere della musica. «Ora l’Istituto è chiuso — spiega —. Il personale straniero era già partito dopo l’annuncio del ritiro americano lo scorso aprile».

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