Photo courtesy of Raffaele Grimaldi

Photo courtesy of Raffaele Grimaldi

Raffaele Grimaldi è un musicista eclettico e versatile, dopo aver conseguito una formazione classica che lo ha portato a diplomarsi in pianoforte e composizione presso il conservatorio “G. Martucci” di Salerno, l’Accademia Nazionale Santa Cecilia di Roma e l’Ircam di Parigi, si dedica alla sperimentazione di vari generi, dall’installazione alla composizione multimediale, passando per forme tradizionali come l’opera, la musica strumentale solistica, cameristica e orchestrale.
Raccontandoci un po’ di sé e della sua musica, Raffaele ci ha gentilmente concesso la seguente intervista.

 

Ci puoi riassumere brevemente la tua storia fino al tuo esordio discografico?

Sono cresciuto in Svizzera dove fin da bambino ho intrapreso gli studi musicali. Ho sempre avuto una forte propensione alla creatività, in particolare verso l’arte figurativa. Quella per la musica è stata una passione nata quasi in maniera naturale, mio padre è musicista e quindi già dentro casa ascoltavo musiche diverse con una certa regolarità; spaziare fra vari generi ha stimolato fin da subito la mia indole curiosa. Successivamente mi sono trasferito in Italia, per diplomarmi in pianoforte e composizione al conservatorio di Salerno, di seguito ho svolto il perfezionamento a Roma e Parigi, dove poi ho vissuto per diversi anni, venendo a contatto con una realtà artistica di pregio, che mi ha molto dato e insegnato. Prima di pubblicare “An image of eternity” mi sono dedicato alla sperimentazione di vari linguaggi musicali e forme compositive: dal genere cameristico e orchestrale all’opera, dall’elettronica all’installazione d’arte, fondendo spesso stili che vanno dal jazz al contemporaneo, per poi ritornare al mio strumento d’elezione: il pianoforte. Oggi non considero il far musica come un lavoro o una fredda professione ma più come una missione personale. Il disco appena uscito, che racchiude un lungo periodo di vita, rappresenta per me una incognita più che una risposta.

 

La musica odierna sembra dimostrare che oggi è nuovamente possibile creare forme d’arte che non siano distanti dal pubblico, il tuo intento agli inizi combaciava con questo oppure ambiva ad altro e solo in un secondo tempo hai abbracciato anche questa tendenza?

Ho sempre pensato che il gesto di un artista di condividere il proprio mondo con l’altro sia un atto di grande generosità. Con l’avanguardia più sperimentalista molto spesso si è raggiunto un paradosso per il quale è lo spettatore a dover “capire” e andare verso l’artista cercando di comprendere il suo mondo. Questo, purtroppo, ha generato un distacco a volte insanabile. Oggi vedo che il pubblico è ancora capace di provare emozioni di fronte all’arte e alla bellezza, e quindi mi dico che si può ancora provare a indagare intimamente questo aspetto. Il mio intento fin dall’inizio, indipendentemente dal linguaggio adottato, è sempre stato questo in fondo.

 

Un solido percorso musicale classico, ma poi lo sguardo ad altri mondi quali il jazz ed altre forme e generi musicali contemporanei, una necessità espressiva con una forte base sperimentale?

Fare sperimentazione oggi, secondo me, vuol dire mettere in gioco se stessi, con la propria esperienza e onestà intellettuale. La musica deve tornare ad avere una funzione sociale, avvicinare il pubblico e non allontanarlo per poi tacciarlo di ignoranza. In un periodo di grave crisi di valori l’arte deve saper cogliere quegli sprazzi di bellezza che ancora esistono e risiedono nel nostro universo, nelle nostre vite, nei nostri desideri.

 

Per quanto concerne il tuo lavoro di compositore quali sono i tuoi riferimenti musicali?

Vanno dal classico al contemporaneo, non disprezzando generi come il rock e il pop. Fra i miei maggiori riferimenti musicali posso citare Stravinsky, Debussy, Grisey, Ligeti, Pink Floyd, Radiohead, Frank Zappa, Keith Jarrett, Brad Mehldau, Herbie Hancock, Esbjörn Svensson.

 

Durante la scrittura di un brano come vivi il rapporto tra tradizione e innovazione?

Non mi pongo né come atteggiamento da “innovatore” né come depositario della tradizione musicale che oramai appartiene solo alla storia. Immagino solo la musica che voglio scrivere e suonare, e questo ad oggi mi basta.

 

Come ti collochi tra classicismo (forma) e romanticismo (emozione)?

Cerco di lavorare su entrambi i parametri, immaginando che la forma sia il contenitore di tutti gli aspetti, comprese le emozioni.

 

Con il passare del tempo e quindi con una maggiore esperienza acquisita molti compositori tendono a favorire una certa complessità nei propri lavori, è così anche nel tuo caso? Come ti poni nei confronti della scelta tra semplicità e complessità sempre in ambito strettamente compositivo?

Non fisso mai a priori l’obiettivo di comporre un brano complesso o semplice, in questo senso non è per me una scelta. La complessità non è che uno dei parametri compositivi. Non credo sia né il fine, e forse nemmeno il mezzo, ma scaturisce dalle esigenze espressivo-formali di un brano, dalla sua progettazione al suo compimento.

 

Come è la gestazione di un tuo brano?

Il mio modo di lavorare attuale è molto istintivo. Sono ritornato a lavorare molto al pianoforte, adoro improvvisare e trovare idee durante le mie divagazioni pianistiche. Poi, una volta messe le note su carta, continuo a cesellare il materiale fino a quando non assume la forma e le proporzioni che desideravo. In questo processo cerco molta ispirazione nella lettura di libri e nell’ascolto di musiche altre, anche diversissime e lontane da me.

 

Il pianoforte è il tuo strumento, hai una tecnica ben consolidata, precisa con una certa espressività ed incisività, qual è stato il tuo primo approccio con i magici 88 tasti?

Il pianoforte, nel mio immaginario, fin da bambino rappresentava lo strumento musicale per eccellenza, un mezzo ideale attraverso il quale esprimersi trasversalmente e quindi intorno agli 11 anni ho iniziato a studiarlo seriamente. Non ho mai voluto studiare altro strumento.

 

Da Einaudi in poi un’orda ingestibile di compositori/pianisti o presunti tali sta affollando il panorama musicale odierno con molteplici autoproduzioni ispirate al minimalismo, a tuo avviso in cosa è riposta la differenza tra semplicità come valore e semplicità come disvalore?

Mi preme chiarire innanzitutto che il mio genere e i miei riferimenti musicali sono altri. Detto ciò, concordo sul fatto che attualmente è scoppiata una sorta di mania per la quale molti presunti pianisti intendono volersi mettere in evidenza a tutti i costi, a volte senza una adeguata preparazione e con materiale musicale davvero ai limiti del dilettantismo. Lo stesso concetto di minimalismo è stato svilito. Non basta ripetere 3-4 misure o qualche pattern per ritenersi minimalisti, è una corrente questa che ha radici estetiche molto profonde pensate in un determinato periodo storico e con delle motivazioni di carattere artistico e filosofico, chi vuole accostarsene dovrebbe prima studiarne le caratteristiche basilari, così come chi allegramente si professa “neo-classico” per ovviare a certe mancanze.
Vorrei inoltre sottolineare che oggi, soprattutto in Italia, forse a causa della mancanza di preparazione di un certo pubblico e di una critica musicale all’altezza, è diventato molto difficile fare il musicista e nel mio caso il pianista-compositore, in quanto, a causa di certi personaggi, si viene subito accostati a essi e frettolosamente etichettati.
Parlando di semplicità posso affermare che per me è un valore profondissimo e in musica, a volte, si possono esprimere concetti complicati con pochi elementi. Mozart, Chopin, Schumann, per citarne alcuni, hanno saputo rivelare interi universi con brani che al primo approccio appaiono semplici. Lo stesso Arvo Pärt, autore di musiche di oggi, è maestro in questo.
La differenza fra semplicità come valore e semplicità come disvalore, a mio avviso, risiede nella capacità del compositore di restituire appieno un messaggio, sia tecnico che musicale. Il disvalore non è mai tale quando la semplicità viene concretizzata con una considerevole economia di materiale abbinato a grandi idee di realizzazione e quando con onestà l’artista tenta di comunicare con l’esterno. Molto spesso un animo complesso ha bisogno di esprimersi con semplicità.

 

E’ vero molta confusione e spesso si viene associati a generi e riferimenti musicali non corrispondenti al proprio. Chiaramente la tua musica con riferimento a Ludovico Einaudi è quanto di più lontano, la citazione al compositore torinese era spunto per riflettere sul fatto che oggigiorno forse mancano idee, la creatività latita, spalancando inevitabilmente le porte all’emulazione. La stessa stampa, media in generale e pubblico sembra abbiano comunque accolto favorevolmente questo tipo di proposta musicale, a tuo avviso le motivazioni quali potrebbero essere? Un fatto meramente speculare al tempo che stiamo vivendo?

Probabilmente si possono trovare motivazioni plausibili nella mancanza di elementi di base per riconoscere la differenza che risiede fra le varie musiche e artisti. Molto spesso questo genere viene confuso con la “classica”, ignorando invece che a parte lontane similitudini non hanno nulla in comune e che se proprio si vogliono trovare dei riferimenti andrebbero visti nella musica pop. Io stesso ho voluto che il mio disco venisse pubblicato sotto la voce “pop” e non altro.
Molto spesso la frettolosità con la quale si etichetta un musicista genera a sua volta degli equivoci di fondo che diventano difficili poi da eliminare, atta eccezione per chi invece preferisce cavalcarne l’onda scegliendo di beffare critica e pubblico anziché chiarire la propria posizione.
Certe mancanze sono di certo l’emblema del tempo che stiamo attraversando. Ma, nonostante tutto, confido in un cambio di rotta e penso che spetti proprio a noi artisti il compito di dover dettare il cambiamento, e farlo significa realizzarlo attraverso elementi che non si possono mistificare: sincerità e qualità.

 

Musica al tempo d’oggi: social network che ne pensi?

Sono un fautore dei social in quanto hanno ampliato i nostri orizzonti e le possibilità per molti artisti di far conoscere il proprio lavoro. Hanno però anche permesso a chiunque di mettersi in evidenza, a volte a discapito della qualità. L’esibizionismo è oramai diventato un parametro diffuso che ha travalicato molti aspetti legati alla genuinità del nostro mestiere.

 

Un tuo giudizio sul mondo di oggi?

Nel mondo attuale vedo molta confusione politico-intellettuale. Questo a sua volta genera crisi di valori che incidono sulla vita e sull’arte. Ma resto convinto che è nei momenti di estrema difficoltà che l’arte e gli artisti sanno esprimere grandi potenziali.

 

Come impieghi il tuo tempo libero?

Sono un grande amante dei libri che vanno dalla psicologia alla filosofia, passando per la narrativa sia storica che contemporanea, ne leggo almeno uno a settimana. Inoltre quando posso ne approfitto per vedere film, in genere d’autore, anche di altre epoche (da buon amante del bianco e nero). Se avessi maggior tempo a disposizione mi piacerebbe prima o poi riprendere a disegnare e dipingere. E, ovviamente, ascolto molta musica.

 

In conclusione, ringraziandoti per l’intervista, ci sono nuovi progetti in cantiere? Qualche anticipazione?

Sto lavorando sul nuovo disco, sarà ancora per pianoforte solo ma concettualmente totalmente diverso da “An image of eternity”. L’uscita è prevista per il 2018.

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